Quadri

Ennio Galice
(Civitavecchia 1943 -1999)

Artista civitavecchiese, proiettato verso il mondo artistico nazionale. Dotato di personalità poliedrica, nelle sue opere si possono evidenziare due particolari aspetti: l’impegno civile rivolto alle istanze socio-culturali del suo territorio e del suo tempo unito a una forte temperie artistica. Ha lasciato un segno profondo nella città natale, con una vita dedicata all’insegnamento e all’impegno politico e sindacale. Per ricordarlo, gli è stata dedicata la scuola nella quale ha lavorato ed espresso i valori e le doti a lui peculiari l’energia e la sagacia, la pacatezza, la chiarezza e soprattutto una profonda umanità.
Quest’ultima caratteristica emerge nell’affresco della chiesa della Stella, in cui illustra la genesi e l’opera della Confraternita del Gonfalone, di cui esalta l’opera pietosa nei confronti dei derelitti, la testimonianza dell’attenzione verso una società sofferente, a cui non deve mancare la speranza.

 

Il suo modo di essere lo porta ad aprire un sodalizio con Ugo Marzi, il poeta-medico civitavecchiese che nelle sue opere intreccia arte, umanità ed impegno sociale, ma soprattutto un grande amore per la sua città, di cui canta le tradizione e la storia. Dice di lui Ennio Calabria: ”Ennio era un pittore di energia vitale, che si innervava nelle cicatrici della vita”. Nel Fondo Ranalli sono presenti tre opere di grandi dimensioni: “Come un totem”, “Donna seduta sul divano”, “Senza Titolo”.

 

 

Carlo Levi
(Torino, 1902 – Roma, 1975)

Scrittore e pittore italiano, tra i più significativi del Novecento. Nel 1929 fece parte del gruppo Pittori di Torino, nel 1931 aderì al movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. Venne arrestato per attività antifascista nel 1934 e confinato dal 1935 al 1939 in Lucania nel paese di Aliano. Qui venne a contatto con la realtà del Mezzogiorno, a lui del tutto sconosciuta, che avrebbe descritto nel “Cristo si è fermato ad Eboli”, pubblicato nel 1945. Il ritratto di un mondo primitivo, estraneo alla storia ed a ogni coscienza politica, una denuncia delle condizioni di vita e di una realtà ignorata e dimenticata dalle istituzioni. La permanenza forzata in Lucania ispirerà, oltre alle opere letterarie, numerosi quadri, da cui emerge un personale realismo, di cui l’opera qui presente, “VOLTO DI CONTADINA” è espressione.

Giovanni Massaccesi
(Civitavecchia 1924-2007)

Pittore e scultore civitavecchiese nella sua vita ha subito l’esperienza dei campi di concentramento, per questo motivo ha realizzato il monumento agli ex internati tuttora presente nel Parco della Resistenza. La sua produzione artistica, tipicamente moderna, è frutto della sua esperienza romana, che ebbe come fulcro via Margutta, dove Massaccesi ha vissuto la sua gioventù. Tornato a Civitavecchia, ha continuato a produrre, in una realtà provinciale, la sua arte di difficile comprensione, ma pregna di significati e impegnata nella denuncia della violenza e della sopraffazione, una denuncia forte e dolorosa, che spesse volta ha provocato critiche o incomprensione. Il pregio di Massacesi è di aver proposto una realtà scomoda, come quella della droga, a quei tempi più facile da negare o da nascondere. Per questo suo mettersi in gioco, non avendo paura di denunciare i mali della società con immagini che non hanno niente di decorativo e consolatorio, ma significative per l’impegno sociale e morale che comunicano, Massaccesi si può definire un educatore, un maestro, soprattutto un interprete e rappresentante del Novecento, secolo di profondi cambiamenti e contraddizioni. Numerose le mostre personali e collettive a cui ha partecipato con altri pittori di alto livello, con una serie di dipinti rappresentanti momenti difficili della guerra, come l’eccidio delle Fosse Ardeatine e il bombardamento della sua città, ma anche le tradizioni più popolari, come il Tiro della fune a Piazza Leandra, che fa parte del Fondo Ranalli.

Bianca Moraja

Artista di origine genovese, da anni risiede a Civitavecchia, dove ha iniziato un percorso di vita familiare, professionale ed artistica a fianco di Ennio Galice. Questo binomio prolifico e di elevato livello ha arricchito il panorama culturale di questa città.
La sua attività di pittrice attraversa mezzo secolo, come testimoniano le numerose mostre personali e collettive non solo a Civitavecchia, ma anche in numerose città italiane ed estere.
Mentre Ennio Galice immerso nel sociale rappresenta la figura umana immersa in una realtà problematica e complessa, Bianca Moraja è una stupenda pittrice di paesaggi, silenziosi e statici e trasfigurati nella “verità” del ricordo, come li definisce Aldo Sclano.
In un tempo pieno di contraddizioni emerge in controcorrente la sua voglia di equilibrio di ordine e di armonia in un colloquio più diretto della natura, come i paesaggi e rifugi montani, le baite isolate silenziose come se la sua anima sentisse l’esigenza di isolarsi in un mondo di pace, che sconfina nella libertà di cieli mossi e irraggiungibili.
Della pittrice, fa parte del Fondo Ranalli l’opera “Tolfa” del 1983, di piccolo formato, ma molto significativa.

Riccardo Tinti
(Civitavecchia 1926-1996)

Riccardo Tinti nasce a Civitavecchia il 3 Aprile del 1926, ben presto comincia a coltivare le sue grandi passioni: la musica, la poesia, la pittura. Profondamente idealista e volto al bello e al buono, nel corso della sua esistenza ha esercitato con rigore sia la professione di docente e poi di dirigente scolastico, senza tralasciare la vocazione artistica.
Amante del colore, anche dei forti contrasti, è riuscito a passare dalle tinte o dagli impasti più tenui a quelli più intensi e talvolta violenti.
La storia della sua pittura parte da un figurativismo, su vetro, dove rivivono le stagioni pittoriche amate dai Macchiaioli ed approda ad un astratto materico, spesso cupo, vibrante. Fortemente presente l’amata Toscana, la Maremma, l’Argentario, trasfigurati con un sapiente lavoro di spatola, che fonde i verdi, gli azzurri, i gialli delle mattinate di sole, ai rosa e al rosso di intensi tramonti. In una stagione appaiono fiori; sbocciano a tinte violente da fondali, in cui sembrano immersi.
L’amore per il colore puro finisce con il prevalere. La pura emozione sovrasta qualsiasi rappresentazione della realtà. L’immagine è solo colore, la ferita di un’anima forte, che senza speranza si ribella.
Nel quadro presente nel Fondo Ranalli, Riccardo Tinti torna alla rappresentazione della Natura, del Casentino: siamo negli anni Settanta. Riappaiono i colli, gli alberi, le case di campagna. Tutto però è sfumato, come avvolto in una nebbia, che ammorbidisce i toni, stempera il colore, sfuma i contorni. Il cielo, la terra, l’orizzonte, si separano, si uniscono, si fondono. Un po’ come accade nei ricordi. Forse per questo il paesaggio si carica di fascino e più forte è l’emozione di chi guarda.

Lorenzo Vespignani (Roma 1924-2001)

La capitale era invasa dai nazisti quando Lorenzo (detto Renzo), nel 1944, inizia a disegnare, dipingere e a dedicarsi all’incisione. Alla fine della guerra comincia ad esporre e collabora come illustratore in riviste politico-letterarie come la “Domenica”, la “Folla” e la “Fiera Letteraria”.
Fondò la rivista “Città Aperta” e fece parte dei gruppi “Il pro e il contro” e la “Scuola di Portonaccio” che prendeva il nome dal quartiere romano dove il maestro era nato. Le opere esposte alla sua prima personale alla galleria ‘La Margherita’ (1945), erano inevitabilmente connesse alla guerra, alla distruzione e alla morte, riflesso di un dramma vissuto in prima persona. E’ netto il contrasto con la poetica dei più anziani Scipione e Mafai, signori dell’arte romana in questi anni, ed è molto più vicina al maestro l’arte realista di area tedesca ed austriaca.
Dopo una fase realista, affascinata dalla Nuova Oggettività dei tedeschi Grosz e Dix, nel dopoguerra la sua arte ha indagato tematiche che proprio oggi vediamo tornare prepotentemente in auge: la riflessione sulla città, il disagio ed il riscatto possibile della periferia. La poetica di Vespignani si affianca così a quella dei grandi registi (De Sica e Rossellini su tutti) che, in Italia e non solo, segnarono la nascita e l’affermarsi del neorealismo. Il percorso sulla tematica urbana si conclude idealmente nel 1985 quando, all’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma, espone in una mostra che indaga i rapporti del suo lavoro con quello di Pier Paolo Pasolini. Il maestro intrattenne, infatti, notevoli rapporti con la letteratura, ancora una volta grazie alla sua attività di illustratore per opere di Kafka, Boccaccio, Majakovskij, Leopardi.
Numerose sono state le sue partecipazioni a rassegne internazionali e nazionali: è stato più volte invitato alla Biennale di Venezia (1950, 1952, 1954 e 1984, con una sala personale) e alla Quadriennale di Roma nel (1950 e 1972).